fbpx

POWER DRESSING, L’ABITO DELL’EMANCIPAZIONE FEMMINILE

Un privilegio vestimentario, quello del completo sartoriale, che dagli anni Ottanta del Novecento – in modo particolarmente manifesto – attinge esteticamente sempre più all’abito maschile. Sta ad indicare, tuttavia, ancor più profondamente e culturalmente, un decisivo cambio di ruolo, diverso da quello di madre e moglie, che vede la donna uscire dalle mura domestiche, per intraprendere una scalata al potere, ai pari diritti ed opportunità; alla parità di genere in senso lato. 
Yasmin Le Bon by Arthur Elgort for Vogue Paris, March 1988. Fonte: thisisglamourous.com

Se c’è uno stile d’abbigliamento che ha dominato il dibattito sociale e politico degli ultimi anni, è quello del power dressing. Una concezione prettamente correlata alla moda femminile; un’estetica vestimentaria divenuta, nell’immaginario collettivo, emblema della “donna in carriera” che si ritrova ad occupare sempre più frequentemente posizioni dirigenziali negli affari e nella stanza dei bottoni, ma che si inserisce all’interno di un’estetica prevalente di forme virili amplificate anche nel guardaroba maschile per tutto l’arco degli anni 80.

Sembra, difatti, che in quegli anni il completo sartoriale fosse il lasciapassare ineludibile e il viatico di una carriera al vertice dirigenziale, proprio come se ci si potesse identificare in un ruolo semplicemente indossando la forma che lo rappresentava. Tanto che Tim Edwards, ne La Moda, vede l’abbigliamento come strumento di autopresentazione, e mette in evidenza quanto fossero diffusi i “manuali di stile” e le guide su “come far centro”. Tra i più celebri spicca il lavoro di J. T. Molloy, i cui manuali Dress for Success, uno per gli uomini e uno per le donne, negli anni 70 sono diventati travolgenti bestsellers negli Stati Uniti e hanno esercitato un forte influsso sul power look degli anni 80.

Si trattava essenzialmente di consigli di stile, dispensati per lo più ai manager, incentrati su come vestirsi adeguatamente per il successo personale. Il look si componeva di un completo, giacca e cravatta per l’uomo e tailleur per la donna, sulle spalline (ora ridotte) e su “una miscela spesso confusa di esplicita sessualizzazione – il cui esempio più noto è la prescrizione di tacchi alti per le donne – e conservatorismo, nell’evitare colori sgargianti o cravatte variopinte per gli uomini.” 

Il power dressing 0ffriva sì le chiavi per le stanze del potere, ma al prezzo di un rigoroso conformismo che non lasciava spazio allo stile personale. Un rigorismo cui Nello Barile si riferisce nel suo libro Sistema Moda, identificando nell’insieme completo-cravatta-colletto inamidato la traduzione mondana di quella che in passato era la divisa militare, comunicando un preciso “incasellamento nella struttura di potere nella società moderna”. Prima di diventare un abito democratico negli anni 60 -di pari passo con lo sviluppo della produzione in serie-, il completo ha da sempre espresso un’etica specifica dell’élite borghese, basata sulla sobrietà, sul rigore e sulla rispettabilità dei pari; manifestando una condizione persino di subordinazione del singolo nei confronti della realtà aziendale di cui faceva parte. 

Tra Emancipazione e nuovi Ruoli Sociali: il Tailleur da donna

Si carica di una valenza ancora più complessa e pr0fonda, il completo da donna, raccontando una storia di emancipazione femminile e di un cambiamento radicale nella condizione della donna in diverse fasi della storia del 1900. Un cambio di guardaroba non è mai semplicemente uno sfizio estetico, ma si fa interprete – se non addirittura anticipa – certe rivoluzioni sociali e culturali. Se è vero che la moda è capace di leggere il mondo circostante percependone bisogni e trasformazioni, il completo degli anni 80 è in realtà il risultato di diverse conquiste che ripercorrono la storia; conquiste rivoluzionarie, ai tempi, ma che visibilmente vanno di pari passo con le ondate femministe che hanno visto le donne lottare per i propri diritti, scuotendo in particolar modo gli anni 20 e 30 prima, e di nuovo gli anni 60 e successivi con la rivoluzione sessuale.

Gruppo di Suffragette. Fonte: Google Arts and Culture

Pare che il primo tailleur pantalone sia stato indossato nel 1877 dall’attrice Sarah Bernhardt, che recitava spesso in ruoli maschili, suscitando grande sconcerto per come la linea assottigliata dell’abito evidenziasse le forme del corpo. Tuttavia, non si può di certo parlare di un momento storico preciso in cui sia nato l’antenato del tailleur di oggi, né di un’unica mente creativa che ne sia stata l’artefice; è più facile cercare di capire, piuttosto, l’aria di cambiamento che già si respirava durante le prime manifestazioni per il diritto di voto femminile da parte delle Suffragiste a inizio 900, così come durante il primo conflitto mondiale, e la donna dell’epoca che, in assenza del marito – al fronte – si ritrovò ad occupare nuovi ruoli sociali. È una donna diversa: non più una donna inoccupata, vestita di orpelli e costretta in rigidi busti e crinoline, un bel soprammobile da esibire come segno di agiatezza economica del padre o del marito; bensì una donna lavoratrice, dinamica, sportiva, che passa molto tempo fuori dalle mura domestiche, addossandosi le responsabilità di una necessaria ripresa post-bellica, cui le stanno stretti gli abiti costrittivi tanto quanto i limiti dei propri diritti fondamentali. 

Coco Chanel, quando la Praticità si unisce alla Moda

In tutto ciò, Coco Chanel fu una dei più geniali interpreti del tempo, che riuscì a creare con sensibilità femminile il guardaroba per la donna emancipata, liberandola dalle costrizioni. Fu proprio lei a portare agli strati alti della moda femminile la praticità dei tessuti “poveri” (o ad uso prima esclusivamente maschile come il tweed e il jersey), la pulizia formale e le linee funzionali, che si traducevano in comodità e praticità quotidiana; la semplicità del twin-set in lana composto da una giacca senza collo e gonna abbinata, il cui orlo accorciato arrivava ora al ginocchio; il primo pantalone femminile, ampio e pratico anche per lavori manuali; l’aggiunta delle tasche sui capi da donna, la borsa a tracolla che lasciava libere le mani e le braccia – ora utilizzabili per lavorare e per svolgere qualunque attività. 


coco chanel pantalone vogue
Coco Gabrielle Chanel. Fonte: vogue.co.uk

Lo Smoking diventa Femminile 

Ispirandosi alla provocatoria musa del cinema Marlene Dietrich, fu Yves Saint Laurent a sfidare al contempo i codici dell’Haute Couture e dell’immaginario collettivo, proponendo per la prima volta nel 1966 in una sua collezione smoking e pantaloni alle donne, aggiudicandosi il titolo del “più elegante lanciatore di bombe nel mondo della moda”. 

le smoking yves saint laurent 1966
Le Smoking di Yves Saint Laurent, Collezione Haute Couture Primavera/Estate 1966. Fonte the ducker.com

Simbolo controverso e rivoluzionario per la clientela dell’Alta Moda dell’epoca, lo Smoking era stato fino ad allora un capo esclusivamente di uso maschile riservato alla sala fumatori, stanza a cui deve il suo nome, poiché la giacca che vi si indossava serviva a proteggere l’indumento dall’odore dei sigari. 

Creando lo smoking femminile, Saint Laurent aveva capito che gli abiti da uomo erano il simbolo del potere e che, se le donne si fossero vestite con abiti da uomo, gli attributi di un sesso sarebbero stati conferiti all’altro. Ciò non equivaleva, però, all’intenzione di rendere le donne “maschili”: al contrario, Saint Laurent propose lo smoking come strumento di femminilità ed assertività, che prescindeva dalla gonna, rompendo definitivamente gli stereotipi di genere impregnati nel tessuto sociale, e rendendo il confine di genere sempre più labile tra irriverenza ed ambiguità; tra forza e grazia, personalità e carisma. 

Lo Spirito del Tempo forgia la Silhouette 

È interessante notare come cambiarono nel tempo anche le silhouette sulla scia della seconda ondata femminista degli anni 60. Se il New Look di Dior (anni 50-60) enfatizza le forme muliebri sulla triade Busto – Vita (stretta) – Fianchi (abbondanti), esse vengono decisamente nascoste (anni 80) sotto a volumi oversize e spigolosi, larghi e abbottonati, dalle spalle imbottite, ampi rever ed orli esagerati, e da lunghi pantaloni cinti in vita. Si sposta il baricentro da quei punti focali dell’immagine della donna del secondo dopoguerra, simboli assoluti di femminilità, sessualità e maternità, per s0ffermarsi ora sulle spalle, amplificate, nel tentativo di attribuire tratti tipicamente mascolini alle donne che li indossavano. Appropriarsi dell’immagine di competenti “businesswomen” era l’intenzione primaria; era necessaria a questo scopo un’immagine idonea che domandasse rispetto, autorità e potere alla pari degli uomini che ricoprivano lo stesso incarico, in un’epoca ancora segnata dai ruoli di genere e che ancora vedeva con criticità una donna alle redini del potere. 

Il New Look di Dior nel secondo dopoguerra enfatizzava una silhouette ad S, accentuando il busto e i fianchi. Fonte: Google Arts and Culture
La “linea a T” (T-silhouette) più comune negli anni 80 enfatizzava il volume delle spalle. Fonte: Pinterest

L’immaginario della “donna in carriera” si evolve 

Venendo incontro alle esigenze delle donne, la moda degli anni successivi ha decisamente attenuato la componente virile nella silhouette per lasciare spazio, invece, all’espressione personale e più vicina alla propria ideologia e personalità. I designers hanno portato il cosiddetto “Power Suit” ad essere oggi sinonimo di femminilità, uguaglianza e smantellamento dei ruoli di genere. Giorgio Armani porta la conversazione tra i generi ad un livello “sartorialmente” superiore, ribaltando le priorità e la prospettiva dei codici dell’abbigliamento: non è più il corpo della donna a doversi adattare ai volumi maschili, ma è la giacca che, destrutturata come una camicia, viene alleggerita nella sua struttura interna e costruita adattandosi, alla luce dei codici maschili, su un corpo femminile. Severa, morbida ed avvolgente, la giacca di Armani, insieme alla cravatta da donna da portare a pelle, i pantaloni morbidi per la loro vestibilità ed eleganza sobria, esprimevano una femminilità ed una seduzione non ostentata, creando l’immaginario femminista della “donna in carriera” che non doveva per forza indossare codici maschili per ottenere autorità e rispetto. 

Giorgio Armani, giacca femminile destrutturata. Fonte: blackecwhite.com

“L’uomo di oggi, la donna di oggi. Uguali tra loro nel senso di libertà, nell’indipendenza del carattere, nell’autonomia del gusto.”

Gianfranco Ferré

È ancora rilevante parlare di Power Dressing oggi? 

Vi sono diverse correnti di pensiero riguardo alla questione se abbia senso al giorno d’oggi parlare ancora di power dressing. Secondo The Wall Street Journal, il look “power suit” è ufficialmente terminato: le donne possono ora indossare capi meno rigidi e formali, color brillanti, stampe, pattern e tagli sartoriali femminili, senza per questo perdere potere e autorità. 

Certamente il power look rimane però tuttora carico di significato, essendosi evoluto di pari passo con l’emancipazione femminile, convertendosi in un capo intramontabile, oggi di nuovo tornato in auge in quella che si rivela essere la quarta ondata femminista. Maggiormente conosciuta come il Me Too Movement, la lotta per l’equal pay, contro il sessismo al potere, contro violenza, misoginia e molestie sessuali ha portato le donne a rimettersi in movimento per ottenere un’autentica ed effettiva parità dei diritti. Tanto che molte donne di potere usano ancora indossare un power suit per guadagnare credibilità e rispettabilità nell’esporre pubblicamente le problematiche sopra citate. Donne in politica in primis fungono da perfetto esempio, come Hillary Clinton e il suo power suit durante le campagne presidenziali contro Donald Trump nel 2016. 

Dopo tutto, se il pensiero personale riflette quello politico, il nostro modo di abbigliarci non dovrebbe anch’esso riflettere lo stesso pensiero? 

Amber Valletta. Fonte: trendhunter.com